Giù le mani dalla spina
di Carola Frediani, da Alias del 12 febbraio 2011
È un numero che finora non era mai riuscito a nessun prestigiatore: far sparire 80 milioni di persone in 13 minuti. Un secondo prima stavano freneticamente parlando, chattando, leggendo, inviando messaggi; un secondo dopo sono state silenziate. Voilà. Il trucco c’è ma non si vede. Quanto avvenuto in Egitto la sera del 27 gennaio va infatti oltre la semplice censura. Lo hanno chiamato coprifuoco elettronico totale. Significa tagliare tutte le comunicazioni tranne le linee telefoniche fisse, e cioè web, email, sms, cellulari. Un’operazione di oscuramento di un Paese che non ha precedenti, iniziata già qualche giorno prima, con il blocco delle connessioni ai social network più usati dalla rivolta anti-Mubarak, Twitter e Facebook; e proseguita con l’ordine dato ai fornitori di connettività locali – Vodafone Raya, Link Egypt, Telecom Egypt, Etisalat Misr – di chiudere i rubinetti del traffico. Uno switch-off previsto dalle leggi egiziane in caso di richiesta del Ministero delle comunicazioni per emergenza nazionale. Una strozzatura avvenuta a livello di router, i computer che instradano il traffico internet fungendo da snodo delle autostrade digitali. E che si è ripetuta poco dopo per bloccare sms e telefonate via cellulare.
BLOCCO RETE - Cinque giorni di blocco della Rete e dei servizi di telecomunicazione – si tratta di circa il 4% del Pil egiziano - che alla nazione sono costati, ha calcolato l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), 90 milioni di dollari. Giusto per ricordarci che gli interruttori di internet, purtroppo, esistono e sono perlopiù controllati dagli Isp e da società private. Che a loro volta rispondono, anche obtorto collo, al potere dei singoli Stati. Il giorno dell’oscuramento le aziende che monitorano il traffico di Rete hanno improvvisamente visto i router dell’Egitto spegnersi, come candeline davanti a una folata di vento gelido. Per un po' ha resistito un solo operatore, NoorGroup, e non a caso: gestisce infatti le comunicazioni della Borsa, e corrisponde all’8% del mercato. Oltre a questo viottolo digitale rimasto aperto, restavano due strade agli egiziani per far uscire informazioni dal proprio Paese: la sempiterna linea fissa e il dial-up, cioè l’uso dei buoni vecchi modem, collegati anche in questo caso al telefono.
SOLIDARIETA' VINTAGE - Ed è a questo punto che si è scatenata la creatività e la solidarietà internazionale. Gruppi di attivisti si sono mobilitati per trovare modi alternativi di comunicazione, spesso rispolverando tecnologie in disuso. La si potrebbe ribattezzare «Operazione Vintage». Hanno iniziato quelli di We Rebuild, con un bombardamento via fax del Paese nordafricano: nelle macchine di privati e istituzioni arrivavano fogli contenenti i documenti svelati da Wikileaks sulla corruzione dell’Egitto; e poi istruzioni su come connettersi a internet in modo alternativo, come usare le connessioni dial-up o come trasformare il proprio cellulare in un modem. Un’ondata di fax è arrivata anche dalle pattuglie di Anonymous, gruppo di hacker che si è recentemente distinto per aver difeso Wikileaks attaccando le aziende – come PayPal – che hanno escluso dai propri servizi il sito di Assange. Ma cosa contenevano di preciso questi fax? Numeri di telefono internazionali, ad esempio. Perché chi aveva un modem dial-up non poteva comunque collegarsi tramite l’Isp locale ma doveva raggiungere il modem di un altro Paese. We Rebuild e gli altri hanno dunque fornito liste di numeri di Isp stranieri che si sono prestati all’operazione, come French Data Network. Nei fax c’erano anche le spiegazioni e le frequenze per inviare messaggi tramite le radio amatoriali. O per non essere tracciati se si era tra i pochi a disporre ancora di una connessione internet. Consigli ascoltati visto che il sito di Tor, il software che permette di navigare in modo anonimo, è stato preso d’assalto dagli utenti egiziani ancora online. «Subito pensavamo di essere oggetto di un attacco informatico», ha dichiarato Andrew Lewman, direttore di Tor Project, riferendosi all’impennata di richieste al sito. «Da allora abbiamo visto quadruplicare il numero dei client Tor connessi dall’Isp NoorGroup». Ma c’è anche chi si è ingegnato con una riedizione digitale del vecchio passaparola: si telefona all’amico o al parente che sta all’estero e gli si dice cosa pubblicare su Twitter. Questi utenti cinguettanti vicari sono stati ribattezzati proxy users: in informatica un proxy è un programma che fa da intermediario tra due computer. Un principio ufficializzato dall’accoppiata Google-Twitter: le due internet company hanno lanciato in tempo record un servizio per permettere agli egiziani di inviare tweets lasciando un messaggio vocale su uno specifico numero telefonico. Il servizio è stato reso possibile dalla tecnologia speech-to-text della Grande G: le registrazioni erano automaticamente trascritte e postate sul social network dei cinguettii con l’hashtag (la parola chiave) #egypt. Insomma, i posti di blocco nella Rete esistono; ma spesso si riesce comunque ad aggirarli.
WIKILEAKS - È successo anche a Wikileaks. Prima è stato bersagliato da attacchi informatici; poi è stato scaricato da Amazon, che oltre ai libri vende anche spazio online: sui suoi server erano ospitate molte informazioni messe online dal sito delle soffiate. Successivamente è stato abbandonato da EveryDNS.net, la società che gestiva il dominio Wikileaks.org e che improvvisamente ha spento quell’indirizzo web. Il gruppo di Assange ha reagito facendo riapparire il sito con un nuovo dominio registrato in Svizzera dal Partito Pirata: Wikileaks.ch; ha spostato i server nei bunker di un fidato provider svedese; e ha lanciato una campagna per invitare gli utenti internet più esperti a fare delle copie del proprio sito, i cosiddetti mirror. La Rete è dunque invincibile? Non si può mai cantar vittoria.
CENSORI IN RETE? - La palla è infatti passata di nuovo alle aziende americane come PayPal, Visa, MasterCard che hanno chiuso i rubinetti dei finanziamenti al sito: non si potranno usare i loro circuiti per fare donazioni a Wikileaks. È una continua corsa a rimpiattino: che tuttavia a volte, per chi ha il ruolo di censore, sembra un po’ disperata. Non si spiega altrimenti la decisione di Pechino di epurare la parola Egitto dalla sua già blindatissima Rete. Sia i principali portali online sia Weibo, il Twitter cinese (nella Repubblica popolare il Twitter originale, così come Facebook e YouTube non sono accessibili, mentre il Tibet è stato scollegato da internet per mesi), hanno tolto dalla ricerca i risultati riguardanti il Paese delle piramidi. In modo analogo l’Iran, in seguito allo tsunami egiziano, ha bloccato l’accesso ai siti con notizie politiche di Yahoo, Google e Reuters. Insomma, si teme l’onda lunga, il contagio. E ci si nasconde dietro a un dito. Anche perché gli utenti internet sono sempre più avvertiti: già oggi – stima il Berkman Center - il 3% di loro usa strumenti software per sfuggire alle maglie della censura: programmi di anonimato come Tor, server proxy per accedere a siti proibiti, reti private virtuali (Vpn). Un numero che è destinato a crescere insieme alla alfabetizzazione informatica di milioni di persone. Nel frattempo, le cinque giornate del blackout egiziano verranno ricordate anche come quelle in cui è stato fatto un «backup di internet» per via analogica. Alla fine il gioco di prestigio più sorprendente è stato il mirror della Rete.